Dentro una pentola a pressione

Cazzo ci sono momenti nella vita che tutto o quasi va male, non combina, non quadra, sono momenti in cui ti sembra di essere un re Mida al contrario, momenti in cui qualsiasi cosa tocchi si deteriora.
Val ben a poco notare che in realtà non dipende tutto da te, anzi, forse solo in minima parte, perché riuscire a sostenere la merda che ti piove addosso è una qualità necessaria a vivere.
Ma in questi momenti non te la senti sei dentro la pentola a pressione e vorresti solo uscirne.
Per liberarti vorresti tornare a respirare allora dato che ci sei che almeno sia aria buona e nuova.
Adesso le cose positive non sai apprezzarle e quelle negative le drammatizzi.

Certo che beh, puff, che palle

 

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Yawn!

Ho in testa un mare di idee mentre mi avvicino alla scrivania.

Ma non ho quella che serve a te e di questo me ne compiaccio.

Sto resistendo, di quando in quando lascio un po’ di spazio alla mia valvola di sfiato. So che non mi fa bene ma le alternative mi vanno a genio ancor meno.

Eccomi qui, dotato di elefantiaca pazienza, ascolto senza sentire. Va bene, dai, per te, tu parli senza dire.

Col nuovo giorno

La moto è nel limbo, non so se riuscirò a ripararla.

Per adesso è posteggiata in mezzo alla strada.

Decido di andare ad allenarmi in autobus. Guidare l’auto con gli anni mi è diventato antipatico e poi in città non riesco a sopportare le code, il traffico, il tempo perso senza poter far altro, non so non mi piace e basta.

Finirò tardi ma ho controllato gli orari non dovrebbe essere un problema.

Invece queste mie supposizioni devono scontrarsi con la realtà dei fatti.

All’andata gli autobus son in forte ritardo devo aspettare qualche minuto di troppo rispetto all’orario, ma riesco ad arrivare dopo 70 minuti di viaggio (per coprire 6 km).

Ho dovuto cambiare 3 linee, coincidenze non perfette.

Al ritorno ci metto del mio, non sono mai troppo veloce a farmi la doccia quando sono stanco.

Trotto rapido verso la fermata, sono le 22:45 circa.

La speranza è di arrivare alla fermata della stazione ferroviaria attorno alle 23, insomma in tempo per prendere la linea che mi porta a casa e che parte dal suo capolinea, un paio di km a levante della stazione, proprio alle undici.

Niente da fare, alla fermata i miei propositi sono già smorzati, niente bus, arriverà ben dopo le 23, la tabella oraria alla fermata dice 2310, ma è qui qualche minuto prima. Ce la faremo?

Salgo convalido il biglietto lo metto nella tasca interna, la stessa del kindle, che estraggo per leggere, arriviamo alla stazione ferroviaria abbastanza velocemente ma la centralina che avvisa dei transiti in tempo reale non prevede il bus che mi porterebbe a casa: l’ho perso.

Continuo a leggere.

Una coppia di giovani fidanzati litiga, lui se ne va, lei lo insegue e lo trattiene, piangendo.

Qualche altro ragazzo chiacchiera, un uomo, alticcio, canta una canzone, forse è in Russo, è intonato e rallegra questa attesa.

Non mi distrae, riesco a continuare la lettura, non mi dispiace.

Cambio piani, per forza, prendo il primo mezzo che mi porta alle pendici della circonvallazione.

L’obiettivo è di prendere l’ultima corsa della funicolare.

Arrivo al capolinea della funicolare con 10 minuti di anticipo, parte col nuovo giorno, a mezzanotte.

Per mezzanotte e dieci sono a casa.

Al ritorno ho impiegato 85 minuti.

Beh la cosa che mi fa incazzare è che mi tocco bene le tasche, non so dove, non so come, non so quando ma ho perso il carnet di biglietti dell’autobus e questo è il vero danno!

Questa volta

Prendo la tazza tra le mani, segno che l’estate è andata, se ne riparlerà tra molti mesi.

Piano piano scivolo nell’angoscia del dover coprire il mio corpo, sì lo so devo proteggermi dal freddo: mi ammalo al primo crollo delle temperature.

Sto fissando un monitor che è in parte invisibile, il mio occhio destro mi ha abituato male e io mi sono adeguato.

A vent’anni non ero così, nessuno è così a quell’età ma di tempo ne è passato più del doppio.

Oggi non mi sento conciliante ho un mal di denti che non riesco a sopportare, proprio come non sopporto le medicine che prendo per non sentire il dolore.

Adesso metto la testa giù e vado avanti. Sono diventato un automa.

Ah domani è il mio compleanno non so il motivo ma dopo tanti tanti anni questa volta ho voglia di festeggiarlo.

Posti epici

Sull’autobus siamo tutti schiacciati, è arrivato vuoto alla fermata, preso d’assalto dagli studenti universitari si è riempito subito.
Un uomo non riesce a salire e bestemmia, dice che maria vergine è puttana, lo correggo perché mi sembra difficile che le due qualità possano convivere, ma a ripensarci adesso ci sono tanti modi di essere entrambe le cose, quindi probabilmente sapeva il fatto suo quando diceva così.
Sono accanto ad una donna di mezza età, va bene apro una parentesi, non so che cosa voglia dire mezza età, semplicemente ha più anni di me, almeno una decina.
Si lamenta di continuo, dapprima palesa il desiderio di non condividere il viaggio col signore blasfemo, dopodiché ad ogni fermata per semaforo rosso o rallentamento per traffico sbuffa e commenta.
Insomma è che siamo sempre fermi e che questo autista è imbranato. Decido di proporle di chiedere all’autista di lasciargli il posto di guida per dimostrargli come si fa a guidare in città, ma non mi lascia il tempo perché scende per risalire sul mezzo dall’ingresso centrale, quello riservato alle uscite. Così è pronta per scendere. La fretta, cedo che senza di essa certe persone si sentirebbero nude.
Siamo passati davanti a piazza Alimonda, piazza Carlo Giuliani, ragazzo.
A dir la verità ci passo spesso, è vicino al luogo dove lavoro ed è lungo la strada per il campo di allenamento e l’ospedale.
C’è questa chiesetta malandata, in mezzo alla strada, con le vetrate malconce. Qualcuno ha appeso una bandiera del Doria ad un vetro.
Sarà ma ogni volta che passo di lì  non mi dimentico di quell’estate, mai.
Mi chiedo che effetto faccia, per gli abitanti di Milano, passare in piazza Fontana.
Io una volta ci andai di proposito e, devo dire, le due piazze si assomigliano.
Sono completamente diverse, ma si assomigliano nel loro aspetto non magniloquente, ordinario.
Non sono posti epici, han visto tragedie.