Quando parlavo

Mi ritrovavo spesso, per indole, a dire cose personali, cosi’, con molta facilita`.

Quasi come non avessi alcun filtro, quasi come non fossi riservato.

Ma era ovvio, almeno per me, che il mio livello davvero intimo restasse ancora tale, non sviscerato.

Cosi’, per parlare del piu` e del meno, succedeva sempre.

Quando ci pensavo c’era sempre qualcosa che non mi piaceva, non le opinioni degli altri, quelle piu` razziste e superficiali o quelle del furbo di turno che gioca a fare il cinico, l’uomo arrivato, no, era qualcosa che riguardava me.

Usavo luoghi comuni ai quali non credevo per intercettare la comprensione, non la condivisione, ma la mera comprensione, del mio interlocutore, in quei casi sempre una persona ai miei antipodi.

Una specie di riflesso condizionato, orribile pero`.

Si’ perche’ certi luoghi comuni mi provocano ribrezzo e sono la quintessenza della violenza.

Negazione, privilegio, preclusione, tutto alla fine trova se non sorgente almeno conferma nel linguaggio.

Mi ricordavo di un gruppo crossover che ascoltavo da ragazzino, i Suicidal Tendencies che in una loro canzone dicevano the greatest weapon of the fascist is the tolerance of the pacifist e mi sentivo appunto troppo tollerante verso me stesso.

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2 thoughts on “Quando parlavo

  1. In effetti non è facile essere sempre in trincea e a muso duro contro qualunquismo, scorciatoie e fascistismi vari…e allora a volta vien facile rifugiarsi in frasi fatte…io quando sento frasi di merda mimo il gesto del fiutare con il naso e dico al mio interlocutore…”scusi ma lei non sente puzza di merda??”

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