Una cosa che ho sempre odiato

È ancora estate dopo tutto.
Posteggio la moto là davanti, il portone confina con il bar più noto del centro per i suoi aperitivi.
Non ci sono mai stato, detesto le cose che van di moda.
L’avvocato mi ha dato le indicazioni, incluso il piano cui salire.
Entro nel palazzo, prendo l’ascensore, suono al campanello.
Mi viene aperto, un segretario mi chiede il nome, mi fa accomodare e mi annuncia.
Avrei parlato col padre. Il figlio oggi non c’è.
Sono dieci minuti di attesa, forse un quarto d’ora.
Osservo i quadri alla parete e l’arredamento.
Tutto profuma di stantio.
– Mio figlio qui impazzirebbe, mi ritrovo a pensare di fronte a quell’odore di polvere.
Qui è così tutto fuori dal tempo, c’è un’epoca, un cent’anni che separano queste stanze dal locale a piano terra.
Il candelabro sul tavolino mi ipnotizza, mi immagino il suo studio, scaffali vecchi pieni di tarme e tomi di diritto civile, impolverati, che arrivano fino al soffitto di 4 metri ed una scala come quelle che si vedono in biblioteca.
Eccolo, si presenta, sembra proprio un azzecca-garbugli mi invita ad accomodarmi nel suo studio e mi chiama per titolo.
Una cosa che ho sempre odiato.

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